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Bitcoin: di cosa si tratta?

Bitcoin: di cosa si tratta?

È nel 2009 che, grazie all‘idea di Satoshi Nakamoto, nasce il primo sistema di criptovalute della storia: Bitcoin

Nonostante siano dunque disponibili da oltre un decennio, quando si parla di bitcoin (con la lettera minuscola quando per la valuta, con la maiuscola per indicare l’intera rete) raramente i risparmiatori sanno davvero cosa siano.

Il bitcoin innanzitutto NON è da considerarsi una moneta, bensì un mero “mezzo di scambio”: alla criptovaluta mancano infatti un ente centrale che agisca da garante, così come dei meccanismi finanziari che ne regolino il valore, determinato solamente dall’equilibrio fra domanda e offerta. I dati necessari a muovere bitcoin possono essere salvati su qualsiasi device digitale (in quanto, formalmente, semplice insieme di codici numerici), ed essere utilizzati per i pagamenti tramite scansione di codici QR.

Dove acquistare i bitcoin è presto detto: da privati cittadini, su piattaforme di scambio fra privati, siti specializzati e sportelli bancomat abilitati. Senza alcun mediatore, e scegliendo fra circa 2677 criptovalute diverse disponibili sul web.

La domanda è: ci si può davvero fidare di questa tecnologia? Investire in bitcoin (spesso pubblicizzati in rete come una panacea contro la povertà, e come una strada per il guadagno facile) è sicuro, rischioso, o completamente da evitare?

Come spesso accade non c’è risposta univoca: il bitcoin è un mezzo altamente speculativo, da considerarsi più come un vero e proprio investimento che come una modalità di pagamento. Può dunque, in alcuni casi, permettere davvero di aumentare il proprio capitale, ma il suo mercato vive spesso di aumenti e ribassi repentini (ove non folli), quindi in questo senso il bitcoin è decisamente un prodotto rischioso per il piccolo-medio risparmiatore.

L’assenza di una struttura bancaria che faccia da riferimento e garante è di per sé un‘altra criticità non scontata: se da un lato la banca, infatti, viene percepita dalla pubblica opinione come un “male necessario”, nella quale non riporre fiducia e con costi elevati e ingiustificati da sostenere, dall‘altro avere una istituzione alle spalle in fase di investimento, tranquillizza sulla sicurezza, trasparenza ed eventuali lamentele o rimborsi da richiedere nei casi più disparati e previsti.

Bitcoin, invece, è garante di se stessa tramite la tecnologia del Blockchain, ovvero un sistema di blocchi interconnessi collegati e sotto controllo l’uno dell’altro in una rete di validazione interconnessa di sistemi crittografici. Questo network di controllo garantisce di per sé un certo grado di sicurezza e trasparenza. Ma, come da massima degli antichi romani, “chi controlla il controllore”? Le reti possono essere hackerate, i controlli bypassati, i dati falsificati… la verità è che una vera e propria garanzia NON C’é.

Quel che di sicuro abbiamo, però, è un elenco di alcuni dei principali schemi con i quali i truffatori negli anni si sono arricchiti ai danni dei risparmiatori

  • Finti Exchange (ovvero siti-copia di altri più famosi, che diventano dei “succhia-bitcoin alla prima occasione);
  • Finte Criptovalute (acquisto di criptovalute che spariscono poco dopo la transazione, come se si acquistasse “inchiostro simpatico”);
  • Truffe ICO (ovvero Initial Coin offer, un acquisto di una valuta nuova, in quanto tale poco costosa, promettendo grandi guadagni tramite il futuro aumento di valore, che è rapido nelle parole ma inesistente nei fatti).
  • Schema Ponzi (ovvero i classici sistemi di vendita piramidale che, a cascata tramite vere e proprie “Catene di Sant’Antonio”, promettono percentuali in guadagni su tutte le nuove persone che si immettono nel sistema. Garantendo grandi guadagni ai vertici e solitamente rovina alle basi).

Infine, un occhio sempre attento sulle mail e le comunicazioni inerenti i bitcoin. Esperienza di molti consumatori truffati è quella di aver dato retta a questo tipo di messaggistica, incappando però nel classico malware in grado di trasferire la nostra criptovaluta in portafogli difficilmente rintracciabili, dopo il furto. Di cui solitamente, ci si accorge solo a tasche ampiamente svuotate, e con difficoltà estrema per associazioni e forze dell’ordine di supportare il consumatore.

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