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Il sottovalutato pericolo dell’inquinamento luminoso

Il sottovalutato pericolo dell'inquinamento luminoso

Dire inquinamento, nel 2020, vuol dire smog, plastica in mare, sversamenti di liquami e disboscamento. Ma anche buco nell’ozono, desertificazione, avvelenamento dei terreni. E potremmo continuare.

Fra questi mali che avvelenano il pianeta, come riferiscono gli scienziati dell’Università di Exter nel loro studio “A meta-analysis of biological impacts of artificial light at night”, dobbiamo necessariamente – e con urgenza! – annettere anche l’inquinamento luminoso, che al contrario di altre alterazioni dell’ecosistema non è mai stato considerato un grave problema per il pianeta.

Ma è davvero così? La rivista Nature Ecology & Evolution, ove lo studio è fresco di pubblicazione, ci dice che purtroppo “dobbiamo vedere la luce come qualsiasi altro inquinante”, in quanto “sia i cambiamenti climatici che l’illuminazione notturna sono guidati dall’uomo e sono enormemente distruttivi per il mondo naturale”. Non utilizzare, infatti, “l’illuminazione notturna solo dove ne abbiamo bisogno e non oltre, alle intensità di cui abbiamo bisogno e non di più”, ha creato e continua a creare enormi danni alla flora, alla fauna, e a qualsiasi essere vivente, con l’essere umano a fare da capofila. Si stima che, in qualsiasi momento della giornata, almeno un quarto delle aree terrestri della terra sia illuminato e tale percentuale cresce al ritmo del 2% annuo: difficile pensare che questo enorme apporto di luminosità artificiale potesse non creare problemi.

Nello specifico, lo studio ha portato a galla come l’inquinamento luminoso influisca negativamente, ed in maniera costante, sugli equilibri ormonali e sull’alternanza del ritmo sonno-veglia: notando dei mutamenti non solo comportamentali, ma spesso anche fisici, il pool di scienziati di Exter ha dimostrato come luminosità artificiale indotta e livelli di melatonina siano fortemente correlati ed in grado di influire sui bioritmi di tutte le creature, creando problemi di insonnia, di riproduzione, di vulnerabilità ai predatori, in tutte le specie animali studiate senza alcuna eccezione di specie. Particolare il caso delle tartarughe di mare, la cui bussola interna, in grado di condurla verso il mare come un radar, può subire interferenze significative in caso di esposizione prolungata alle luci artificiali.

E per gli esseri umani invece? Qual è il prezzo da pagare? Purtroppo non migliore di quello del resto del mondo animale, anzi: una mancata alternanza fra buio e luce, ma anche la prolungata mancanza di totale o parziale oscurità in fase di riposo, può essere fra le concause di obesità, depressione, diabete, addirittura cancro al seno. La melatonina nell’uomo infatti, non solo funge da regolatore delle funzioni di ricarica, ma è anche un antiossidante, un brucia – colesterolo e, fra le altre, un potenziatore del sistema immunitario.

Attenzione però: non si vuole qui asserire che la luce sia tossica o nociva, né tantomeno che una eccessiva esposizione a illuminazione artificiale possa aumentare le possibilità di svilupparsi di cellule tumorali, né tantomeno recare danno al DNA. D’altronde la luce non è ontologicamente dotata di radiazioni ultraviolette o raggi X, in quanto parte visibile e non radioattiva dello spettro elettromagnetico. Semplicemente può contribuire a creare o a facilitare problemi di salute derivanti dalla rottura del nostro naturale equilibrio.

È buona norma essere a conoscenza del fatto che non tutte le luci, in ogni caso, sono uguali. Per esempio le famigerate luci blu (quelle emesse dai dispositivi LCD e LED per intenderci, come PC, smartphone, televisioni ecc), sono da dosare con più saggezza, in quanto radiazioni a corta lunghezza d’onda, e quindi dotate di più elevate frequenza, energia e dannosità.

Il consumatore oculato si sentirà spaesato: ha cambiato, in nome dell’ecosostenibilità, tutte le sue normali lampadine con delle illuminazioni a minimo impatto inquinante e/o basso consumo, ma queste producono tutte, di base, una percentuale di luce blu superiore di quella consigliata. Come uscire da questo paradosso?

Semplice: anche qui bisogna seguire la prima regola aurea del perfetto consumatore, ovvero la lettura delle indicazioni sulla confezione. Da lì si possono facilmente reperire le informazioni inerenti la temperatura di colore, ed utilizzare fonti di luce a gradazione bassa è meno dannoso per la salute di persone ed ecosistema in genere.

E per gli schermi? Come impedire che i nostri telefoni, le nostre tv, i nostri tablet o supporti elettronici per la lettura (che accompagnano circa 9 italiani su 10 negli istanti antecedenti il sonno) ci privino di melatonina, di equilibrio ed infine della salute? Qui la soluzione è utilizzare filtri, elettronici o fisici.

Gli smartphone, i tablet, le console elettroniche, ma in generale i dispositivi portatili, dispongono infatti direttamente di “modalità serali” (altrimenti si può disporre facilmente di app gratuite dagli store online), per cui secondo l’orario percepito, lo schermo del device “ingiallisce” le immagini riprodotte in maniera proporzionale. La soluzione è comoda, ma sicuramente di efficacia tecnicamente parziale. Notevolmente più indicate, invece, sono le soluzioni che prevedano filtri fisici, in grado di bloccare completamente le componenti di stampo ultravioletto delle luci blu: occhiali con lenti calibrate, in grado di bloccare le radiazioni nocive per i nostri occhi, o pellicole da applicare direttamente sui nostri schermi, ad oggi sono soluzioni intelligenti, in grado di salvare il nostro portafogli, oltre che vista e salute.

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