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“Casa Passiva”: se la sostenibilità incontra l’edilizia

“Casa Passiva”: se la sostenibilità incontra l’edilizia

Il precedente intervento a tema Bioedilizia si era concluso con un accenno all’esistenza della Casa Passiva, un argomento che di certo merita l’approfondimento che, di qui a poco, seguirà. Cercheremo di capire perché questo tipo di abitazione è così denominata, che criteri deve seguire una casa per definirsi passiva, e soprattutto cercheremo di calcolarne vantaggi e svantaggi, in termini economici e di ecosostenibilità.

La prima Passivhaus venne costruita nel 1991, a seguito di collaborazione fra lo svedese Bo Adamson e il tedesco Wolfgang Feist, e il motivo di questa strana denominazione è la presenza fondamentale di “sistemi di guadagno passivo” per la climatizzazione naturale delle stanze all’interno dei loro progetti. L’irraggiamento solare trasmesso dalle finestre, il calore generato da elettrodomestici e dagli stessi occupanti (fonti di calore non prodotte attivamente, ma immagazzinate passivamente, potremmo dire) e qualche colpo di genio ingegneristico in combinazione, sono quasi sufficienti a compensare le perdite dell’involucro edilizio. Fu così che vennero realizzate le prime quattro villette passive (in Germania, a Darmstadt precisamente).

Combinando infatti coibentatori di pareti e infissi termici, e coordinando questi ultimi con accorgimenti come la costruzione di edifici in posizioni strategiche rispetto la migliore esposizione solare, si poteva creare strutture abitative che non avessero bisogno di produzione di riscaldamento, nonostante i rigidi climi del nord (l’inverno a Darmstadt segna temperature che oscillano in media fra i –1 e i 5 gradi).

Aggiungendo a questo anche materiali edili di altissima qualità ed impianti di recupero del calore e ricircolo d’aria fra interno ed esterno, si ottenne un edificio la cui efficienza energetica era di gran lunga superiore a qualsiasi altro. Le quattro villette di Darmstadt, ad esempio, consumavano insieme (e continuano a consumare ancora oggi, senza significative perdite in termini di efficienza) circa 10 kWh/m² annuo. Tradotto? Poco più di un litro di gasolio circa.

Oggi sperimentazioni a riguardo si svolgono in gran parte del pianeta: nel distretto di Ulma ad esempio si trova Energon (edificio passivo commissionato dalla Software AG per ospitare aziende produttrici di applicativi, che si estende per una superficie complessiva di 6.980 mq su cinque piani), mentre sempre più edifici certificati sono stati edificati negli scorsi anni in diverse zone dell’Europa Continentale (fra tutti Germania, Francia ed Austria), in Scandinavia e negli Stati Uniti (tra tutte va menzionata la Passivhaus di Bemidiji, in Minnesota).

E l’Italia? Ad oggi non possiamo ancora vantare molti esempi a riguardo. Realtà pioniera nella costruzione passiva è stata Cesena che, nel 2012, ha dato alla luce il primo progetto pilota di Passivhaus: edificata in legno, orientata sulla base della posizione del sole e delle correnti, coibentata e isolata da tripli vetri. Il condominio è così protetto quasi da un guscio termico, che conserva il calore da utilizzare alla bisogna e con la temperatura interna fresca grazie al continuo ricircolo di aria. Il risultato? Costi e impatto ambientale pressoché a zero. Altro esempio di virtuosismo della nostra nazione è l’Expost di Bolzano, ex edificio postale provinciale riadattato, dopo opportune ristrutturazioni, in una sede di 20.000 m³ per gli uffici della Provincia autonoma di Bolzano. L’edificio passivo consuma, annualmente, solo 7 kWh/m² annui. Merita infine una menzione il progetto di casa passiva condotto nel 2010 in Umbria: la casa passiva lì progettata è in grado di creare un interscambio fra l’aria prelevata da fuori l’edificio (grazie ad un impianto di ventilazione meccanica controllata) e il calore del terreno attraverso tubi che arrivano a due metri sotto terra. Il flusso che viene generato da questo processo geotermico viene immesso nell’abitazione, dove un sensore controlla che la temperatura sia sempre ottimale e non scenda mai sotto i 20°, né salga sopra i 23°.

La Passivhaus è quindi l’incarnazione edilizia della sostenibilità ambientale. Va da sé però che, al momento, è la sostenibilità economica a venir meno per questa soluzione abitativa, specie in alcune zone dell’Italia: materiali di alta qualità, processo che necessita di essere seguito da personale altamente specializzato, tecnologie da integrare all’interno, sono tutto fuorché a buon mercato; e con il clima spesso afoso italiano (in netto contrasto con i climi più rigidi del nord Europa), non è sempre possibile studiare opzioni climaticamente valide. A suo vantaggio però, la casa passiva nel lungo periodo fa sicuramente rientrare nell’investimento: basti pensare che se in media un edificio normale consuma, in riscaldamento, circa 10-12 litri di carburante al metro quadro, una Passivhaus ne consuma 1,5. Conti alla mano, una villetta su tre piani e della planimetria di 600 mq, consuma in un anno all’incirca 100 euro di costi effettivi e complessivi.

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