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Critiche all’ipotesi del marchio unico “Made in Italy”

Critiche all'ipotesi del marchio unico "Made in Italy"

Quando si può definire “made in Italy” un prodotto alimentare? Quando “è avvenuta in Italia l’ultima trasformazione sostanziale del cibo” oppure quando è stato ottenuto con materie prima coltivate/allevate in Italia, come avviene oggi per l’olio extravergine 100% italiano, la passata di pomodoro, il miele, il latte e i prodotti a denominazione?

In altre parole nel “made in Italy” deve prevalere il concetto di cibo prodotto anche con ingredienti esteri ma “trasformato” in Italia, come chiedono gran parte delle aziende e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, oppure il concetto di “produzione con materie prime italiane“, come rivendica Coldiretti ma anche alcuni consorzi di tutela e associazioni di categoria come Federvini? Il governo sta lavorando al nuovo marchio unico del made in Italy sotto la regia del ministro Calenda ed è propenso ad attribuire lo “stellone” della Repubblica italiana ai prodotti che sul suolo patrio hanno subito “l’ultima trasformazione sostanziale”. Per cui “l’ultima trasformazione sostanziale”. Per cui disco verde al tricolore agli spaghetti ottenuti dal grano canadese, all’extravergine “spremuto” da olive tunisine e caffè coltivato in Brasile.
Chiariamolo subito: l’origine di un prodotto non è sinonimo di ualità, né per forza di maggiori garanzie per il consumatore. Possiamo portare in tavola degli ottimi spaghetti prodotti con il grano canadese, così come siamo leader al mondo nella trasformazione del caffè seppur non ne coltiviamo nemmeno un chicco.
Tuttavia ci chiediamo che senso abbia etichettare come italiano un extravergine tunisino solo perché imbottigliato nel Belpaese, quando non solo il governo italiano spende soldi per promuovere il “vero” made in Italy all’estero, incentiva le filiere oleicole e, non da ultimo, questa etichettatura sarebbe in contrasto con la legislazione europea.
Critica la deputata Colomba Mongiello, madrina della legge Salva-olio: “Mi chiedo cosa facciamo rientrare sotto il cappello del marchio unico made in Italy: sia il cibo prodotto che quello trasformato in Italia? Personalmente sono per una distinzione. Abbiamo speso tante risorse, e a mio parere il governo ha fatto bene, per valorizzare all’estero il made in Italy e contrastare l’italian sounding, abbiamo sostenuto le filiere agroalimentari tipiche, come quella oleicola, e ora tutto questo rischia di essere depotenziato”.
Il marchio unico rischia di azzerare i marchi di garanzia, le denominazioni di origine che oggi offrono già molte garanzie ai consumatori come avviene nel mondo del vino. Netto Ottavio Cagiano presidente di Federvini che ha dichiarato: “Abbiamo impiegato 50 anni a creare un sistema di valore serio e garantito fondato sul Doc e Docg e solo queste possono portare il simbolo dello Stato. Possiamo convertire il sistema, ma non rottamarlo. Prima di usare lo stellone per tutto il vino e cancellare mezzo secolo di storia chiediamo di pensarci due volte”.
Contraria al progetto Calenda è la Coldiretti. Rolando Manfredini, responsabile della qualità e sicurezza alimentare dell’organizzazione spiega: “Se Calenda interpreta il made in Italy in base alle regole del codice doganale, io mi chiedo che senso ha etichettare come italiano un pacco di pasta fatta con grano coltivato altrove o certificare come italiani prosciutti lavorati con cosce di suino estero? Il 90% dei consumatori chiede di conoscere l’origine delle materie prime e poi il marchio unico crea un problema di sicurezza. Pensiamo al concentrato di pomodoro cinese inscatolato in Italia ed esportato come made in Italy: siamo sicuri dei livelli di pesticidi di quel prodotto?”.

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