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Diritto alla riparabilità: uno strumento utile e spesso sconosciuto ai consumatori.

Diritto alla riparabilità: uno strumento utile e spesso sconosciuto ai consumatori.

Abbiamo già parlato delle nuove etichette energetiche per gli elettrodomestici, in breve, i nuovi apparecchi dovranno aver segnato sulla loro etichetta il consumo energetico, in modo da rendere partecipe il consumatore nel fare la scelta migliore dal punto di vista ambientale.

Un altro grosso passo in avanti è stato fatto i primi di marzo, quando è stata ufficialmente approvata l’iniziativa sul diritto alla riparabilità, che potrà portare benefici all’ambiente e alle tasche dei consumatori. Tutti ormai siamo a conoscenza del problema dell’obsolescenza programmata, ovvero prodotti tecnologici pensati e studiati per essere sempre meno efficienti con gli aggiornamenti, al fine di costringere il consumatore a dover acquistare un nuovo prodotto. Anche tralasciando i problemi etici che questo comporta (una battaglia ancora in corso fra le grandi multinazionali e le legislature di ogni paese), l’impatto ambientale causato da questo spropositato e veloce “fine vita” di elettrodomestici e dispositivi elettronici è devastante. Secondo le stime, oggi l’80% dell’inquinamento ambientale e il 90% dei costi di produzione dipendono dalle decisioni che vengono prese dai produttori in fase di ideazione dei dispositivi. Ed è per questo che diventa fondamentale tenerne conto quando parliamo di un’Europa che vuole essere più green. Il Vecchio continente detiene infatti il triste primato in fatto di produzione di Raee. Secondo il report “Global E-waste Monitor 2020” delle Nazioni Unite, infatti, i consumatori europei producono mediamente 16,2 kg di rifiuti elettronici in un anno, seguono Asia (5,6 kg) e Africa (2,5 kg). Le stime prevedono inoltre che le attuali 53,5 milioni di tonnellate di rifiuti potrebbero raggiungere la cifra di 74 milioni di tonnellate entro il 2030.

Da qui il diritto alla riparazione approvato dall’Unione Europea: in pratica le nuove regole obbligano i produttori di apparecchi elettronici come lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e televisori a rispettare determinati criteri di progettazione e realizzazione. Così facendo risulteranno più facili da riparare anche al di fuori della catena di appartenenza, senza contare che i produttori saranno obbligati a rendere disponibili i pezzi di ricambio (il grosso ostacolo della riparazione) e le istruzioni. L’idea di fondo è quella di far sì che i tecnici indipendenti riescano a riparare la gran parte degli elettrodomestici e degli apparecchi, in modo tale da allungarne la vita in maniera sensibile ed essere slegati da quelle politiche commerciali delle grandi catene che piuttosto che riparare il pezzo, ne fanno acquistare un altro, con danno sia per il consumatore che per l’ambiente. Inoltre, il diritto alla riparazione prevede la possibilità di aggiornare sì i componenti, ma anche i software dei prodotti, sempre con l’obiettivo di ritardarne il fine vita.

Un’iniziativa fantastica per i consumatori, che ad oggi si ritrovano una difesa piuttosto debole nei riguardi di prodotti difettosi, con consegne mancate, pubblicità ingannevoli e rimborsi che tardano ad arrivare

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