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Il jeans ci fa… la “vita stretta”: guida all’inquinamento del Denim

Attenzione all'inquinamento del denim....

Sono lì nel vostro armadio, appena acquistati. Magari un regalo del partner, magari una lauta ricompensa a se stessi, l’ennesimo sfizio o che dir si voglia. È il vostro nuovo paio di jeans fiammanti. Li indossate. Vi ammirano. L’amico (o l’incauto, dipende) vi chiedono “quanto costano”.

La risposta è univoca: troppo. A prescindere dal loro effettivo valore in Euro.

Ebbene sì, il capo d’abbigliamento divenuto il più diffuso al mondo (solo negli Stati Uniti, nel 2018, sono stati acquistati 364 milioni di paia di jeans, secondo dati di NPD), nonché uno dei più economici e versatili, è anche uno dei principali nemici degli ecosistemi, che pagano un conto molto più salato del nostro in termini di impatto ambientale.

Il 35% della produzione mondiale di cotone, ogni anno, viene utilizzato esclusivamente per la filiera del denim. Per capire in cifre di cosa stiamo parlando, basti pensare che solamente i primi cinque paesi al mondo produttori di cotone, assieme, cubano oltre 20.000 tonnellate di fibra all’anno. Solo cinque paesi, tenetelo a mente. Ne consegue, vista la richiesta enorme da parte del mercato, un aumento indiscriminato di piantagioni altamente nocive, in quanto decisamente poco ecosostenibili, per l’ambiente.

Un solo chilo di fibre di cotone necessita di 10.000 litri di acqua; le sue coltivazioni richiedono l’utilizzo di un quarto delle sostanze pesticide utilizzate ogni anno in agricoltura; il processo di colorazione chimica, oltre a richiedere lo spreco di altra acqua, è ottenuto mediante immersione in sostanze che contengono numerosi metalli pesanti, i cui scarti vengono poi riversati nelle nostre falde acquifere; e, dulcis in fundo, le successive modalità con cui i Jeans vengono trattati e rifiniti, sono spesso dannosissime per chi le pratica. La tecnica di sabbiatura con la quale i tessuti sono decolorati, ad esempio, utilizzano uno spruzzo di sabbia silicea (da cui il nome della pratica), dall’alto potere abrasivo per il tessuto nonché di alto potenziale cancerogeno per l’uomo. Il tutto per un capo che, facilmente, verrà immesso sul mercato ad un prezzo medio di 20-30 euro.

È evidente come questa filiera risulti impossibile da tenere in piedi ancora per molto: uno studio dell’Università di Toronto, pubblicato su Environmental Science & Technology Letters, denuncia come quasi un quarto delle microfibre rinvenute durante una analisi dei sedimenti raccolti nei grandi bacini idrici dal Nord America fino all’Artico, sia da considerarsi derivante dalla fibra di denim. E non è difficile da credere: un solo paio di Jeans, in fase di lavaggio, può disperdere nell’ambiente sino a 56.000 microfibre, ovvero 10 volte di più di quelle che rilascerebbe qualsiasi altro tessuto sintetico. La maggior parte di queste microfibre finisce quindi nei nostri fiumi, nei nostri oceani, senza distinzione di latitudini. Recenti inchieste hanno rinvenuto tali microfibre addirittura nei ghiacci artici.

Cosa può decidere quindi di fare il consumatore? Come sempre, comprare sostenibile.

La rivista francese “60 Milions de Consommateurs”, ponendosi la stessa questione, ha stilato delle classifiche sulla base della riciclabilità del prodotto, sulle microplastiche rilasciate dopo il lavaggio, e sulla presenza (e in che percentuale) di elastan, tessuto sintetico che rende il jeans completamente non riutilizzabile al termine del ciclo di vita qualora superi il 5% del tessuto di composizione del prodotto. Ne è emerso, oltre che una classifica di marche (differenti per uomo e donna) più sostenibili di altre, che il consumatore consapevole debba necessariamente acquistare capi con etichette indicanti sostenibilità (diciture come “Better Cotton Initiative” o “Eco Wash” ad esempio) ma soprattutto che dispongano di alcune di queste importanti indicazioni:

  • Ecolabel Europeo (che certifica qualità del tessuto alta e basso uso di sostanze nocive in fase di produzione)
  • Marchio Bluesign (a garanzia della filiera rispettosa dell’ambiente)
  • Targhetta Global Organic Textile Standard (GOTS – concessa a coltivatori di fibra organica senza ausilio di sostanze tossiche)
  • Etichetta Swiss BioRe (per cotoni di agricolture biologiche e tinture senza prodotti chimici, nonché per aziende con condizioni di lavoro eque per dipendenti e produttori)
  • Ecocert Textile (che sta ad indicare come il 70% del tessuto del jeans venga da fibre naturali e/o riciclate)
  • Certificazione Oeko – Tex Standard (avalla nei tessuti la soglia di sostanze non ecocompatibili o potenzialmente portatrici di cancro e allegrie)

Oltre a queste garanzie, che aiutano i consumatori e il pianeta oggi, abbiamo anche chi guarda al futuro: una emergente azienda in provincia di Torino, è oggi all’avanguardia per l’utilizzo del plasma (uno stato gassoso ionizzato, una sorta di quarto stato della materia, quello di cui in parole povere sono costituiti fulmini e aurore boreali) nella filiera di produzione di denim, con ottimi risultati in termini inquinamento evitato.

Il Jeans ha fatto la storia della moda e dell’abbigliamento: nato come capo da lavoro ignifugo, oggi è una fibra per tutte le stagioni, le mode, i sessi, gli ambiti.

Vi chiedono “quanto costano”, i vostri. Ancora dubbi sulla risposta?

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