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Newsletter_22 del 23.09.2017

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Tatuaggi e piercing negli adolescenti: attenti alle possibili conseguenze

Negli ultimi anni tatuaggi e piercing si sono diffusi molto anche tra gli adolescenti come forma di auto-espressione. Queste pratiche non sono però senza conseguenze negative e rischi, prima tra tutti la possibilità di contrarre infezioni, c’è inoltre la probabilità che gli inchiostri raggiungano i linfonodi e ne provochino l’ingrossamento, in alcuni casi anche cronico.
Per questo motivo, l’American academy of pediatrics (Aap) ha pubblicato sulla rivista Pediatrics le prime raccomandazioni su tattoo, piercing e altre “body modifications” per adolescenti e giovani adulti.
Le linee guida forniscono una panoramica generale dei tipi e dei metodi utilizzati per eseguire le modifiche corporee. Descrivono inoltre le possibili complicazioni mediche, anche quelle rare, che dovrebbero essere discusse con il proprio medico o pediatra in caso di ragazzi molto giovani.
In un sondaggio condotto nel 2014 su 2.700 persone, il 76% degli intervistati ha ammesso di credere che possedere un tatuaggio o un piercing abbia ridotto le loro possibilità di trovare lavoro.
Gli esperti consigliano, prima di farsi fare un tatuaggio o un piercing, di assicurarsi che lo studio scelto sia sterile, pulito ed abbia una buona reputazione. L’igiene del luogo deve essere paragonabile a quella di uno studio medico. Inoltre, il locale deve possedere i requisiti specificati nelle normative statali e gli operatori devono essere in grado di spiegare ai clienti come prendersi cura nei giorni successivi del piercing e/o tatuaggio.
I pediatri raccomandano, infine, a chi sta pensando di farsi fare un tatuaggio di assicurarsi di aver fatto tutte le vaccinazioni e di non assumere farmaci che possano comprometterne le difese immunitarie.

21 settembre giornata mondiale dell’Alzheimer

Il numero di persone colpite da demenza, negli anni, è destinato ad aumentare, a causa del crescente invecchiamento della popolazione. Secondo l’ultimo Rapporto Mondiale Alzheimer, questa condizione interessa al mondo 46,8 milioni di persone, una cifra che potrebbe essere destinata a raddoppiare ogni vent’anni. A ricordare le proporzioni di questo fenomeno è la Federazione Alzheimer Italia in occasione della Giornata Mondiale Alzheimer, 21 settembre, giunta alla ventiquattresima edizione.
L’ Alzheimer, patologia neurodegenerativa, è la causa più comune di demenza, almeno il 50% dei casi è attribuibile ad esso. E’ caratterizzato dalla perdita progressiva delle funzioni cognitive, con un interessamento iniziale dell’area della memoria fino a coinvolgere quasi tutta la corteccia cerebrale.
La federazione ha stimato che in Italia la demenza colpisca 1.241.000 persone, destinati a raggiungere 1.609.000 nel 2030 e a superare i due milioni e 200 mila nel 2050.
La ricerca è impegnata nell’individuazione di possibili terapie quantomeno per rallentarne la progressione.
Gli studi si stanno intensificando soprattutto per la diagnosi precoce, con la messa a punto di diversi esami che possano concorrere a diagnosticare la patologia il prima possibile, e per la cura.
Tra i bersagli principali ci sono le placche di beta-amiloide, la proteina tossica che si aggrega senza essere smaltita nel cervello delle persone colpite da Alzheimer. Tra gli strumenti su cui si sta concentrando la ricerca c’è un anticorpo monoclonale umano in grado di aggredire e distruggere questi aggregati.

“Realizzato nell’ambito del Programma generale d’intervento della Regione Emilia Romagna con l’utilizzo dei fondi del Ministero dello Sviluppo Economico. Ripartizione 2015”

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