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Quanto manca all’esaurimento della terra?

Quanto manca all'esaurimento della terra?

Avete familiarità con il concetto di Overshoot day? È quel giorno dell’anno in cui (dividendo la quantità di risorse naturali che il nostro pianeta necessiterebbe, per la richiesta di risorse pro capite della popolazione mondiale, il tutto moltiplicato per i 365 giorni del calendario) si decreta quando il fabbisogno annuale di risorse preventivato per l’annata è stato consumato.

Per rendere più pratico il concetto: se in un anno la terra fosse in grado di fornirci senza sforzo una determinata quantità di energia, si intende per overshoot day il giorno che segna il consumo totale del fabbisogno stabilito per quel determinato anno. Di conseguenza, a meno che l’overshoot day non corrisponda al 31 dicembre di quell’anno, inevitabilmente il pianeta starebbe, da quel giorno, rubando risorse al futuro, depauperandolo.

Per spiegarlo ancor più semplicemente: siamo nella condizione di un individuo che dovrebbe vivere con 300 euro, spendendone dieci al giorno, ma al sedici del mese abbiamo inserito duecentottanta monetine da un euro in un videopoker truccato.

Nel 2019, la fetta di risorse idealmente assegnata all’intero anno è sparita già il 29 luglio. Il 22 agosto quest’anno, ma col fermo Covid è poca roba.

Il risultato è un perenne debito con noi stessi. Degli auto-usurai. A oggi consumiamo le risorse di quasi due pianeti (1,7 per l’esattezza), nonostante poi non tutta la redistribuzione ed il relativo utilizzo delle stesse sia equa: solo l’Europa, per esempio, consuma 1/5 dell’energia mondiale, e qualora tutti gli abitanti della terra potessero, utopisticamente, adottare il tenore di vita occidentale, gli stessi sprechi e gli stessi consumi, occorrerebbero “tre Terre e mezzo”.

L’unica possibilità che abbiamo per invertire la tendenza è aumentare il ricorso alle fonti di energia rinnovabile il più possibile, seguendo magari degli esempi virtuosi: la Danimarca provvede per il 50% del proprio fabbisogno energetico in maniera totalmente green e l’obiettivo dichiarato è di arrivare al 100% entro i prossimi quindici anni. L’Italia invece dovrebbe fare molto, molto di più: la pressione che esercita la nostra nazione sulle risorse fa sì che un ipotetico overshoot day “made in Italy” (nostra popolazione/nostri sprechi), si sarebbe verificato il 15 maggio del 2019, in anticipo di oltre due mesi rispetto alla media mondiale.

3/4 dell’energia mondiale deriva, in ogni caso, da fonti non rinnovabili; e se l’allarme inerente al loro esaurimento è sempre più incombente e la condanna dell’eccessivo sfruttamento delle stesse unanime, è spontanea la domanda che sorge in molti di noi: quanto dureranno ancora le nostre riserve di energia?

Innanzitutto occorre specificare: per fonti non rinnovabili vanno intese le risorse sfruttate dall’uomo per produrre energia e non solo, la cui caratteristica è la riduzione che ne provoca il sovra sfruttamento. Anche perché, altro punto in comune fra loro, esse si sono formate lungo tutto il corso della storia del nostro pianeta, mentre noi ne usufruiamo solamente da pochi secoli, e siamo peraltro già in regime di deficit. Le principali fonti non rinnovabili sono: petrolio, carbone, gas naturale ed uranio. A che punto ci troviamo, con lo sfruttamento di ognuno? Che data segna il countdown?

  • IL PETROLIO: – 50 anni

L’“oro nero” è senz’altro la risorsa che crea più allarme: ne siamo pressoché totalmente dipendenti e tramite esso ricaviamo tanto energia (per i nostri mezzi di trasporto, o per alimentare ad esempio la produzione elettricità) quanto altri tipi di sostentamento (fibre sintetiche, concimi, plastiche). Il petrolio si forma all’incirca in 15.000 anni, tramite reazioni chimiche scaturite dal combinarsi di formazioni organiche e sedimenti argillosi in condizioni di scarsità di ossigeno. Il nostro sistema ne consuma circa 100-110 milioni di barili al giorno. A questi ritmi, i giacimenti petroliferi saranno scarichi in 50 anni.

  • GAS NATURALE: – 60 anni

Fare stime col gas è più difficile che con il petrolio, ma anche qui le previsioni non sono rosee. Si stima che il gas possa durare a malapena una decina di anni di più rispetto all’idrocarburo. Il problema qui sono gli eccessivi usi quotidiani che se ne fanno: dalla produzione di elettricità mediante combustione, all’alimentazione di mezzi di trasporto, fino ai più disparati usi domestici (come la cucina o il condizionamento d’aria). La formazione del gas naturale è simile al petrolio per durata e modalità, con particelle minerali (principalmente sabbia e argilla) che si mischiano a particelle animali e vegetali creando sedimenti, ma rispetto all’oro nero è molto più complicato da trasportare (specie per problemi relativi perdite degli impianti di estrazione e di distribuzione). Di contro, è meno inquinante, almeno.

  • IL CARBONE: – 250 anni

La situazione in questo caso non è tanto allarmante per le riserve cui possiamo attingere quanto per il suo enorme impatto ambientale: formatosi 345 milioni di anni fa da uno stato di elevatissima pressione e assenza di ossigeno esercitati su strati di legname non corrosi da funghi e batteri, il carbone necessita di combustione per essere sfruttato come energia, ma nel corso del processo vengono rilasciate nell’atmosfera CO2 e ossidi di zolfo, entrambi estremamente nocivi. Fu il protagonista della seconda rivoluzione industriale, mentre oggi il carbone è utilizzato principalmente per il riscaldamento delle abitazioni. Ne abbiamo ancora per 250 anni, ma limitarne il suo utilizzo è comunque fondamentale.

  • URANIO: – 140 anni

L’ultimo arrivato in casa non rinnovabili ed anche una delle fonti meno abusate, eccezion fatta per il periodo che va dagli anni ’50 agli anni ’80 del secolo scorso, quando l’incidente nucleare di Chernobyl portò ad un progressivo abbandono della stessa (da alcune nazioni, come la nostra ad esempio, mentre altre come Francia e Stati Uniti ne sono fortemente dipendenti). Presente nella tavola periodica degli elementi (n. 92), è da considerarsi un metallo tossico il cui isotopo 235, altamente carico di energia radioattiva, viene utilizzato come combustibile in centrali apposite, generando energia tramite scissione degli atomi. Oggi l’energia derivante dall’uranio diventa luce, riscaldamento ed energia che l’Italia acquisisce, a caro prezzo, dai paesi limitrofi. O almeno acquisirà per i prossimi, circa, 140 anni, finché non sarà anch’esso esaurito.

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